Andrea Gabrielli sullo stato dei Social Media nel 2023

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Sono ormai passati 15 anni da quando anche in Italia abbiamo iniziato ad usare massivamente Facebook e circa una decina da quando abbiamo deciso di aprire un’account su Instagram.

Insomma è da almeno 5 lustri che scorazziamo sulle piattaforme di quella che oggi si chiama Meta e che gran parte della pubblicità che ogni giorno digeriamo ci viene propinata dagli algoritmi del nostro Mark.

Cosa ha reso possibile tutto questo?

E’ semplice, in Europa e più in generale nel mondo occidentale, le piattaforme Meta sono state la prima innovazione globale nel campo dei social media. Per la prima volta ci hanno permesso di rimanere in contatto, curiosare, stalkerare conosciuti e non prima da pc poi direttamente da smartphone.

Tuttavia oggi qualcosa sta cambiando sia dal punto di vista degli utenti che da quello degli advertiser ed il risultato che Meta sta ottenendo in cambio sarà probabilmente nefasto.

Contenuti inutili, balletti e scarso reach.

Tanto Instragram quanto Facebook, diciamolo, sono ormai invasi da porcherie inutili. Su Facebook veniamo costantemente bombardati da bizzarri video del tipo “Scaviamo una piscina nel fango nel mezzo del nulla” o altri imbarazzanti video di fai da te che vengono sistematicamente smontati da chi ne capisce qualcosa nei commenti. Su instagram è ormai diventato praticamente impossibile riuscire a vedere cosa stanno combinando i nostri amici ma in compenso è aumentato il numero di gente che balla e, nel mio caso visto che sono uomo suppongo, di ragazze mezze nude che ballano.

In un modo o nell’altro, riescono a farci passare del tempo all’interno delle app, ma succede comunque a tutti di dire “Che perdita di tempo” non appena ne usciamo.

Passiamo ora al lato advertisers, quelli che pagano e che si suppone che mantengono in vita la piattaforma.

Sebbene Meta dichiara che nel Q4 2021 sia stata fatta una pulizia generale del database e che quindi le statistiche del 2022 non sono comparabili con quelle precedentemente rese disponibili, la caduta di un “appena” 7.3%  dichiarata della reach a pagamento delle ads risulta essere sospetta.

Sono ormai mesi che gli addetti ai lavori si sono resi conto che il “costo del like” è aumentato di molto di più di un 7.3%. In alcune campagne in molti abbiamo registrato aumenti anche di un 20-30% a seconda dei casi.

Evito poi di parlare della differenza di reach organico degli account oggi comparato con uno o due anni fa.. Account che raggiungevano tranquillamente 400 like oggi fanno fatica a riceverne appena 100 e con un drastico calo conseguente delle impressioni.

Personalmente, quello che mi viene da esclamare è un gigantesco “mah” ogni volta che penso a tutta questa faccenda.

Quale sono le possibili soluzioni?

Piangere sul latte versato non aiuta sicuramente i miei progetti e gli account pubblicitari dei miei clienti. Pertanto quello che in molti stiamo facendo nel settore è rimboccarci le maniche e trovare soluzioni alternative per mantenere il contatto con la base clienti esistente e futura.

Probabilmente è tornare a fare marketing e comunicazione nell’era pre-social, il che non implica tornare alle pubblicità sui giornaletti locali (almeno non solo), ma di (re)imparare a gestire la diversificazione dei canali di comunicazione su cui si vuole far correre il proprio messaggio.

Facebook ed Istagram sono da scartare? Non nel medio-corto termine. L’utente medio è abituato ad utilizzarli e si aspetta che qualsiasi business abbia un account ma bisogna comunque ricordarsi di strumenti come digital PR, SEO sul proprio sito internet e non sottovalutare assolutamente piattaforme social alternative come TikTok, Discord, Telegram e le nascenti Mastodon e BeReal.

E per concludere, chi ha detto che la comunicazione “tradizionale” non è più efficace?

Autore: Andrea Gabrielli